NATO PER CORRERE

       Masai Mara. Savana infinita punteggiata da acacie, zebre e gnu. Terra e cielo che si fondono all’orizzonte in un paesaggio probabilmente immutato da migliaia di anni. Il sole che accarezza con calde saette di luce dorata e all’improvviso, totalmente inaspettato, ecco materializzarsi uno splendido ghepardo con ben cinque cuccioli. Il mantello maculato illuminato dalla luce del tramonto, gli occhi arancione che guardano lontano, mamma ghepardo guida cinque piccoli peluche che corrono in tutte le direzioni, spuntando appena nella prateria.
       Tra i grandi felini africani, il ghepardo è quello che ha le difficoltà maggiori a procacciarsi il cibo e, quindi, a garantirsi la sopravvivenza. Non può competere con i leoni che non esitano a sottrarre prede altrui e che sono tra i principali
responsabili dell’alta mortalità dei cuccioli (circa il 5% dei giovani nati riesce a raggiungere l’età adulta). Non ha la forza né la scaltrezza del leopardo, predatore notturno dall’indole solitaria e misteriosa.
       Strategie evolutive hanno però dotato il ghepardo di un fisico da sprinter, progettato per correre nei grandi spazi aperti della savana e specializzato nell’inseguire e predare impala e gazzelle di Thompson. La spina dorsale flessibile che permette un balzo più lungo nella corsa, gli artigli non retrattili cha danno maggiore aderenza al terreno come le scarpette chiodate del centometrista, e l’ampia apertura nasale che permette di inspirare grandi quantità di ossigeno, sono solo alcune delle caratteristiche anatomiche uniche di questo predatore diurno.
       Ed ora, nell’emozione del momento di fronte a questi splendidi felini, risulta spontaneo un forte senso di attrazione e di appartenenza alla natura in equilibrio ed armonia con se stessa, sensazioni così rare da sperimentare ma che fanno parte dell’essenza stessa della natura umana. Nella magica atmosfera del tramonto africano, mamma ghepardo conduce la sua prole verso zone più protette e così come erano apparsi, così scompaiono mimetizzati nella prateria, portando con sé il nostro “arrivederci”…

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